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Poetry Contest – Vincitori Sezione Narrativa Breve I Edizione

“MAREggiAMO: Il Mare si Fa Parola e si fa Verso”

🏆 CATEGORIA ADULTI

🥇 1° Classificato: Ottavio Bareggi – con l’opera “La misura del mare”
🥈 2° Classificato: Luca Massacesi – con l’opera “La carta delle correnti”
🥉 3° Classificato: Andrea Tondi – con l’opera “Remo Pescopoco”

🏆 CATEGORIA RAGAZZI

🥇 1° Classificato: Milena Lucente – con l’opera “Il gigante d’acqua dolce e salata”

1° Classificato Adulti: Ottavio Bareggi – con l’opera “La misura del mare”

Alessandro Barsanti, figlio di mercanti di sete lucchesi, trentacinque anni, stivali troppo buoni per sopportare la polvere, guanti anche in aprile, l’abitudine di guardare l’orizzonte come si guarda un debitore sospetto, non aveva paura del mare: lo disprezzava, che è una cosa diversa e più faticosa.
Il mare gli pareva una cosa inutile: rumorosa, umida, imprevedibile e incapace persino di restare ferma. Lui preferiva le cose che si lasciavano misurare come stanze, strade, bilanci, muri, e considerava sospetta ogni immensità.
Aveva solcato il Mediterraneo una sola volta verso Marsiglia e per tutto il viaggio era rimasto sottocoperta.
Quando qualcuno gli chiedeva perché odiasse così tanto il mare, dava risposte diverse. L’odore, l’umidità, i pescatori, le alghe, ma la verità era più semplice: secondo la sua visione, il mare non gli restituiva nulla.
Le città ti rimandano la loro immagine, oppure la tua, strade, edifici, spazi, finestre, vetrine, vetri, persone, le montagne oppongono resistenza, le campagne producono raccolti. Tutte cose che sembrano tranquillamente immobili, anche se sai benissimo che non lo sono.
Il mare invece prendeva.
Guardavi.
E lui continuava.
Forse fu per questo che diventò amico di George Byron.
Non perché si somigliassero, ma perché Byron possedeva quella qualità irritante di certi uomini: trovava immediatamente divertente ciò che gli altri evitavano.
Si conobbero a Pisa.
Byron stava discutendo animatamente con tre persone diverse, fumando, gesticolando e riuscendo contemporaneamente a ignorare le convenzioni sociali e a dominarle.
Alessandro ricorda sempre la prima frase che gli rivolse.
«Vi hanno presentato come un uomo ragionevole. Mi dispiace.»
Divennero amici in modo accidentale.
Byron trovava spassoso provocarlo. Alessandro trovava impossibile liberarsene.
Si incontrarono poi tra Livorno, Pisa, Lerici, case affittate male, cene rumorose, conversazioni lunghissime e discussioni inutili che Byron però considerava indispensabili.
Quella primavera decisero di fermarsi nello Spezzino.
O meglio: Byron decise.
«L’aria salmastra migliora il pensiero,» sosteneva.
«Peggiora i vestiti.»
«Ottima ragione.»
Arrivarono a Portovenere in un pomeriggio color piombo.
Alessandro la odiò immediatamente.
Le case salivano una sopra l’altra come persone strette per il freddo.
Il vento passava gelido nei vicoli, le barche oscillavano anche quando sembravano ferme.
«Troppa pietra.»
«Troppo mare?» corresse Byron.
Presero camere in una locanda affacciata sul porto.
La prima notte Alessandro dormì male. Il mare entrava dappertutto, nel rumore delle imposte, nell’odore delle coperte, persino nel silenzio.
La mattina seguente trovò Byron già fuori a parlare con pescatori, bambini, rematori e con un cane randagio che sembrava ascoltarlo con interesse sincero.
E così, per due giorni Byron parlò quasi esclusivamente di mare.
Correnti, venti, tempeste, aneddoti, naufragi, nuotate, leggende locali, rocce sommerse, pesci e maledizioni.
Alessandro sopportò tutto con pazienza crescente e interesse nullo.
Osservava il porto seduto vicino alla finestra della locanda, annotava le spese, leggeva.
Guardava le persone lavorare.
Il mare restava sullo sfondo con quel rumore fastidioso.
La terza mattina Byron entrò nella stanza senza bussare.
«Vieni.»
«Dove?»
«In mare.»
«No.»
«Non è una domanda.»
«Infatti, è una pessima idea.»
«Le migliori idee lo sono.»
Un’ora dopo Alessandro stava seduto rigido dentro una piccola imbarcazione da pesca.
Le mani serrate sul bordo, gli stivali inadatti, l’espressione di un uomo trasportato verso un processo.
Il pescatore che remava li osservò.
«Sta male?»
«No,» disse Byron «Sta pensando.»
«È peggio?» chiese il pescatore.
«Molto.» Risero entrambi.
Il mare era quasi immobile.
Quando il mare è agitato, almeno giustifica la paura, quello invece respirava lentamente.
Superarono il promontorio.
Le case sparirono. Rimasero roccia e acqua.
La costa cambiò forma. Le pareti si fecero più alte. L’acqua più scura. Le ombre più profonde.
Byron indicò davanti.
«Lì.»
All’inizio Alessandro vide soltanto una macchia.
Poi apparve l’apertura che sembrava un errore, come se la montagna avesse ceduto improvvisamente lasciando una ferita enorme.
L’imbarcazione si avvicinò alla grotta.
Le pareti cominciarono a chiudersi.
L’aria cambiò temperatura.
Entrarono.
L’interno era vasto, gli sembrò immenso.
Le rocce formavano un arco gigantesco sopra di loro mentre la luce riflessa dall’acqua saliva sulle pareti azzurre e grigie.
La luce saliva dall’acqua come se il sole stesse lì sotto.
L’acqua illuminava la pietra.
La pietra riverberava la luce nell’acqua.
La barca avanzò lentamente e il rumore cambiò.
Fu quello a colpirlo: il mare non produceva un rumore solo.
Respirava, tossiva, sospirava, mormorava, borbottava contro le pareti.
Ogni onda arrivava diversa.
Ogni eco modificava la precedente.
Il silenzio sembrava non esistere più.
Restarono fermi mentre Byron, evento rarissimo, smise persino di parlare.
Alessandro guardò l’apertura della grotta. Il cielo adesso appariva lontanissimo.
La montagna era enorme, ne sentiva il peso.
Il mare sotto di lui era profondo.
Eppure non sentì paura. Sentì proporzione.
Senza rendersene conto, pensò a tutte le stanze in cui aveva vissuto, agli uffici, alle case, ai conti tenuti bene, ai registri, alle vite ordinate.
In vita sua, aveva sempre cercato cose contenibili. Dolori contenibili. Ambizioni contenibili. Persino la felicità la voleva moderata.
Lì dentro invece ogni coisa era troppo grande e questa volta non cercò di calcolarne i bordi.
«Capisci?» chiese Byron.
«No.»
Byron sorrise.
«Bene.»
Rimasero ancora.
Il pescatore si addormentò quasi.
La luce cambiò lentamente e la grotta cambiò con lei. A tratti sembrava azzurra. Poi nera. Poi dorata. Poi di nuovo fredda. Sembrava respirare insieme all’acqua.
«Ci vieni spesso?» domandò Alessandro.
«Ogni volta che posso.»
«Perché?»
Byron rifletté.
«Per ricordarmi che il mondo non è stato costruito per essere ragionevole.»
Quando uscirono il sole stava calando.
L’apertura della grotta si trasformò improvvisamente in una finestra di luce.
L’imbarcazione attraversò quell’arco e in un momento brevissimo Alessandro ebbe la sensazione fisica di uscire da qualcosa di molto più grande di una caverna.
Quella sera mangiò pesce senza lamentarsi dell’odore.
Il giorno dopo chiese di uscire ancora.
Una settimana dopo imparò a remare.
Due settimane dopo, uscendo, infilò automaticamente i guanti. Si fermò. Li guardò un attimo. Li rimise in tasca.
Un mese dopo iniziò ad alzarsi prima dell’alba.
Adesso gli piaceva osservare il momento in cui il mare smetteva di essere nero e diventava colore.
Camminava più lentamente, lasciava frasi a metà.
Guardava spesso l’orizzonte senza motivo.
Parlava meno di commercio e più di vento.
Una sera un pescatore gli disse:
«Adesso avete la faccia di uno che aspetta.»
«Aspetta cosa?»
Il pescatore alzò le spalle.
«Appunto.»
Quando Byron ripartì, Alessandro rimase ancora.
Poi tornò a Lucca. Riprese il lavoro. Riprese i conti. Riprese la vita.
Ma qualcosa non funzionava più.
Le stanze sembravano più piccole. Le conversazioni più corte. I muri più vicini, troppo.
L’anno seguente tornò. E quello dopo ancora.
Molti anni più tardi, quando Byron era ormai morto, Alessandro continuò.
Non diventò marinaio. Non comprò una barca. Non imparò mai a nuotare davvero bene. Continuò persino a lamentarsi del sale che gli rovinava le scarpe.
Affittava sempre la stessa piccola stanza vicino al porto.
Ogni primavera.
Sempre.
Scendeva al mattino, prendeva una barca, raggiungeva la grotta.
Restava lì. In silenzio.
Con gli anni divenne un uomo curioso. Poi un uomo strano. Poi, lentamente, uno di quei vecchi che conoscono i venti.
Quando gli chiedevano perché tornasse sempre, rispondeva:
«Per controllare.»
«Che cosa?»
Allora guardava il mare, quella cosa che nessuno gli avrebbe mai potuto spiegare.
Il mare non rispose. Continuò, come sempre.

2° Classificato Adulti: Luca Massacesi – con l’opera “La carta delle correnti”

Quando suo padre, Giovanni Battista, per gli uomini del porto Baciccia, morì, Niccolò ereditò una barca troppo vecchia per navigare e una carta nautica sulla quale, tra tanti tracciati, non era segnata alcuna rotta.
La barca si chiamava “P’acá y p’allá” aveva il fasciame scolorito, il motore smontato e una crepa sottile lungo la fiancata, simile alla ruga che attraversava la fronte del padre negli ultimi anni. Da bambino, Niccolò aveva creduto che quella barca potesse raggiungere ogni punto del mondo, da adulto aveva capito che non era mai uscita dal Golfo di La Spezia.
La carta, invece, rappresentava un mare senza confini; c’erano isole, secche, fari, profondità indicate da numeri minuti. Le coste erano disegnate con precisione, ma al centro del foglio suo padre aveva tracciato a matita soltanto alcune linee curve, senza frecce né destinazioni.
«Sono le correnti», gli aveva spiegato una volta. «Non si vedono, ma decidono molto più del vento.»
Niccolò non aveva compreso, a vent’anni pensava che vivere significasse scegliere una direzione e mantenerla, credeva che la volontà fosse un timone, il talento una vela e il futuro un porto già illuminato, in attesa oltre l’orizzonte.
Era partito così, una mattina di giugno, con una valigia rigida e la certezza di non tornare, Baciccia gli aveva soltanto messo in tasca una piccola bussola.
«L’ago indica il nord», aveva detto. «Ma non ti dice dove tu vuoi andare.»
Niccolò aveva sorriso con l’impazienza di chi scambia ogni prudenza per paura. Negli anni successivi aveva attraversato città, lavori, amori. Ogni volta era convinto di avere raggiunto il mare aperto; ogni volta scopriva di trovarsi dentro un altro golfo.
La prima città lo aveva accolto con torri di vetro e uffici accesi fino a notte. Niccolò vi era entrato come una nave nuova, con il motore pieno e las bandiere tese. Aveva imparato a parlare in fretta, a non mostrare esitazioni, a misurare le giornate in risultati. Gli pareva di avanzare, ma non si accorgeva che stava soltanto girando intorno alle stesse boe: promozione, denaro, prestigio, stanchezza. Ci sono mari che sembrano immensi solo perché non se ne vede la costa.
Perse il lavoro.
Per qualche settimana si sentì naufrago. Poi comprese che il naufragio non era stato l’urto improvviso che lo aveva lasciato senza stipendio. Era cominciato molto prima, quando aveva smesso di chiedersi verso quali valori stesse dirigendo la propria vita. Il mare non affonda le navi in un solo istante. Prima entra da una fessura, occupa il fondo, appesantisce lo scafo. Chi è a bordo continua a camminare, a mangiare, a discutere, finché l’acqua non raggiunge le caviglie.
In seguito arrivò Anna.
Aveva occhi chiari e un modo di ascoltare che faceva sembrare ogni parola degna di essere salvata. Con lei Niccolò conobbe la stagione dei porti tranquilli, per alcuni anni credette che amare significasse ripararsi dalle tempeste. Si sbagliava, l’amore non era il porto, era la barca e richiedeva cura, equilibrio, riparazioni continue: bisognava svuotare l’acqua dopo ogni burrasca, controllare i nodi, distribuire il peso. Non bastava salire a bordo insieme, occorreva scegliere, ogni giorno, di remare nella stessa direzione, Niccolò lo capì troppo tardi.

Quando Anna se ne andò, non ci furono urla, rimase sulla soglia con una borsa e disse soltanto: «Abbiamo lasciato che il silenzio diventasse oceano.»
Dopo di lei vennero anni di bonaccia.
La bonaccia, gli aveva raccontato Baciccia, era più insidiosa della tempesta. Nella tempesta si lotta, si stringono le cime, si grida, nella bonaccia il mare appare innocente, eppure nulla avanza, le vele pendono, l’orizzonte resta sempre alla stessa distanza, il tempo perde consistenza.
Niccolò visse così, si alzava, lavorava, tornava a casa, non era infelice, ma aveva smesso di desiderare. Galleggiava. Capì allora che anche la quiete può essere una forma di smarrimento.
Fu una telefonata dell’ospedale a riportarlo verso il Golfo.
Suo padre era stato ricoverato dopo una caduta, quando Niccolò entrò nella stanza, trovò un uomo più piccolo di quello che ricordava, con le mani appoggiate sul lenzuolo come barche tirate in secca.
«Hai ancora la bussola?» gli chiese. Niccolò la cercò quella sera in fondo a un cassetto. Rimase accanto al Baciccia per tre mesi, parlarono poco. Guardavano il mare dalla finestra della casa, soprattutto nei pomeriggi di vento, Baciccia riconosceva le correnti dal colore dell’acqua, il cambio del tempo dalla forma delle nuvole, l’arrivo della pioggia dall’odore delle pietre.
«Tu hai sempre saputo dove andare?» domandò Niccolò un giorno.
Il padre rise.
«Ho saputo dove non potevo andare. Non è la stessa cosa.»
Gli raccontò di aver desiderato, da giovane, di attraversare l’Atlantico, aveva preparato il viaggio, risparmiato denaro, studiato le rotte, ma era nato Niccolò e la partenza era stata rimandata. Dopo erano venuti il lavoro, la malattia della moglie, i debiti.
«Hai rinunciato per me?»
«No. Ho cambiato mare.»
Niccolò guardò le barche nel Golfo, alcune uscivano verso il largo, altre rientravano, partenza e ritorno erano lo stesso gesto osservato da rive differenti.
Dopo il funerale, trascorse molti giorni su “P’acá y p’allá”. Riparò la crepa, levigò il legno, sostituì le tavole marcite. Ogni colpo di martello faceva emergere un’immagine. La memoria gli apparve simile alla marea. Si ritira e sembra portar via ogni cosa, poi ritorna, lasciando sulla spiaggia oggetti che credevamo perduti: una voce, un odore, una frase pronunciata molti anni prima; non restituisce mai tutto, e nulla torna intatto, ma è con quei frammenti che impariamo a riconoscere la nostra riva.
Quando la barca fu pronta, Niccolò montò un piccolo motore usato e scelse un’alba di settembre. Il cielo era limpido, ma al largo si vedevano nuvole scure, prima di partire aprì la carta nautica, seguì con un dito le linee tracciate dal padre. Le correnti non indicavano una meta, si avvicinavano, si separavano, tornavano a incontrarsi; alcune correvano parallele per un tratto, altre si spezzavano contro le coste.
Gli sembrò la carta di una vita.
C’erano profondità in cui aveva rischiato di scomparire, secche urtate per imprudenza, porti scambiati per destinazioni, c’erano persone che lo avevano sospinto e altre che lo avevano trattenuto, c’erano venti contrari che lo avevano salvato da rotte peggiori e tempeste che gli avevano insegnato la resistenza dello scafo.
Accese il motore, superata la diga, il Golfo rimase alle sue spalle. Davanti si apriva un mare più scuro, mosso da onde lunghe, per un momento Niccolò ebbe paura, non la paura violenta del naufragio, ma quella più intima che precede ogni scelta autentica: il timore di non potersi più attribuire l’alibi dell’immobilità.
Consultò la bussola, il nord era al suo posto, indifferente. Niccolò comprese finalmente ciò che il padre aveva tentato di insegnargli, nella vita, come sul mare, nessuno riceve una rotta completa, si possiedono strumenti imperfetti, mappe già vecchie, stelle che a volte le nuvole nascondono; si parte con uno scafo segnato dalle precedenti traversate e si procede correggendo continuamente il timone.
Non si vince il mare. Lo si attraversa. Come la vita.
A metà mattina spense il motore, lasciò che la barca fosse presa dalla corrente, non era una resa, per la prima volta voleva sentire la forza invisibile che agiva sotto di lui.
“P’acá y p’allá” cambiò lentamente direzione, Niccolò osservò la costa allontanarsi, pensò che ogni uomo trascorre la propria esistenza tra due rive: quella da cui proviene e quella che non conoscerà finché non l’avrà raggiunta. Nel mezzo ci sono onde, incontri, paure, soste, ci sono giorni in cui si avanza e giorni in cui sembra di tornare indietro, eppure anche una deriva può condurre verso un luogo, purché si conservi la capacità di riconoscere il cielo. Un gabbiano seguì la barca per qualche minuto, poi virò verso terra. Niccolò riaccese il motore e orientò la prua verso l’orizzonte.
Non sapeva dove sarebbe arrivato, questa volta, però, non gli parve una sconfitta.

3° Classificato: Andrea Tondi – con l’opera “Remo Pescopoco”

Remo Pescopoco, per quanto il nome non fosse di grande incoraggiamento, era senza dubbio un pescatore.
Aveva un barchino piccolo e stanco, bianco con due strisce verdi che giravano attorno allo scafo come due cerotti, messi lì per tenere insieme le assi e, forse, anche un po’ la dignità. Si chiamava Santissima Pazienza, che era pure la qualità di cui Remo non poteva fare a meno, visto che il motore decideva spesso di spegnersi in mezzo al mare “per riflettere un po’”.
L’equipaggio era composto dal Capitano Pescopoco, responsabile della nave; dal Nostromo Pescapò, addetto alle reti e alle preghiere e dal mozzo Remo, incaricato dei lavori umili: pulire le reti, svuotare i secchi, ma soprattutto consolare il motore come si fa con un malato terminale.
Insomma, a dirla in tutta sincerità, in mare ci andava da solo.
Da solo, sì, ma con una rigorosa dignità gerarchica.
Nutriva per il mare un rispetto absolutolo. Ogni pesce che finiva nelle sue reti veniva ringraziato con un piccolo cenno del capo. I più piccoli li rilasciava subito e, nei rari giorni di pesca abbondante, prendeva solo ciò che gli serviva per sopravvivere.
Diceva che il mare, se lo tratti con avidità, se ne accorge. E che se gli porti via troppo, un giorno, può decidere di riprendersi tutto insieme. Te compreso.
Lo trattava con rispetto e prudenza e con quella lieve paura che si deve alle cose troppo grandi.
Erano cresciuti insieme e, come succede in certe coppie che dopo tanti anni finiscono per assomigliarsi, anche lui aveva preso molto del suo amato mare.
Non parlava da anni, avvolto dal solo rumore delle onde e dei gabbiani che lo seguivano ovunque, fedeli e insistenti come vecchi pensieri.
Aveva imparato che le parole servono più a nascondere che a spiegare. Un cuore puro si capisce subito se è calmo o in tempesta.
Si mostrava per quello che era, senza nascondersi dietro frasi gentili dette per abitudine.
Quando il suo mare interiore era calmo, Remo sorrideva a tutti, correva scalzo sul molo e danzava con i gabbiani.
Quando invece sentiva arrivare la tempesta, spariva. Restava giorni in mare, lasciando che fossero il vento e l’acqua a fargli compagnia finché il suo cielo non tornava sereno.
Ma non quel giorno.
Quel giorno d’estate, uno splendido sole risplendeva in lui e fuori di lui: il mare era piatto come uno specchio.
Remo raggiunse le sue boe bianche a strisce verdi. Le agganciò col mezzomarinaio di legno, consumato dal sale e dalle mani di tre generazioni di pescatori Pescopoco.
La rete venne su leggera.
Troppo leggera.
Capì subito che il mare avrebbe dato poco.
Ma non gli importava.
Cominciò a tirare lentamente.
Niente.
La rete era completamente vuota, o quasi.
Vide un luccichio tremare tra le maglie, accendendosi per un istante nell’arancione del sole appena nato.
Non era un pesce. Era un oggetto.
Ne finivano spesso nelle reti: bottiglie, scarpe, stoviglie, pezzi di ferro. Li conservava tutti. Amava immaginare le vite da cui provenivano.
Accelerò il recupero, incuriosito.
Poi lo vide bene: un orologio.
Lo districò dalle reti e se lo mise in mano.
Non poteva crederci. Non era un orologio qualsiasi.
Lo riconobbe subito: il cinturino rattoppato col filo da pesca blu, il quadrante argentato senza marca e quel graffio nero che tagliava il vetro da parte a parte, lo aveva visto mille volte.
Non c’erano dubbi.
Anche se coperto d’alghe, mangiato dalla ruggine e fermo alle quattro e trenta da chissà quanti anni, ne era sicuro: era l’orologio di suo padre, che il mare si era portato via un giorno di settembre di circa vent’anni prima, quando Remo aveva appena quindici anni.
Il corpo non era mai stato ritrovato. Lo cercarono per giorni. Poi smisero tutti.
Solo la Santissima Pazienza rimase là fuori, vuota, ancorata in mezzo al mare, ostinata, come quei cani che continuano a tornare sulla tomba del padrone, convinti che prima o poi lui tornerà.
C’erano chi diceva che il vecchio avesse sottovalutato la tempesta di quel giorno. Altri giuravano che si fosse lasciato andare di proposito, per raggiungere la moglie.
La verità non la seppe mai nessuno, nemmeno il mare.
Così Remo restò solo, lasciò la scuola, recuperò e consolò la Santissima Pazienza imparando a conoscerla pezzo per pezzo.
All’inizio si limitarono insieme ad esplorare la costa, un miglio alla volta.
Poi sempre più lontano.
Finché lui e quella barca finirono per appartenersi.
Ripulì l’orologio con un vecchio straccio, se lo infilò in tasca, tirò su l’ancora e, in una nuvola di fumo nero, puntò dritto verso il porto, seguito da una scorta di gabbiani delusi dalla pesca miserabile.
Aveva in mente una cosa precisa: voleva far aggiustare quell’orologio.
Conosceva un uomo che sapeva rimettere insieme le cose che il tempo si divertiva a rompere.
Si chiamava Marino Manidoro.
Remo passava interi pomeriggi nella sua bottega, guardandolo lavorare tra molle, viti e ingranaggi minuscoli, mentre aggiustava il mondo un pezzettino alla volta.
Quella cosa gli piaceva quasi quanto il mare.
Quando sbarcò così presto in porto, il paese si fermò.
Non era un’ora in cui Remo si vedeva rientrare.
Lui, intanto, legò la Santissima Pazienza con la consueta santissima pazienza. La corda tirò il legno che rispose con un secco cigolio.
Scalzo, con il passo leggero ma deciso, i piedi ancora bagnati, puntò dritto verso la bottega di Marino.
Lo trovò lì, sporco di grasso e chino su un vecchio tagliaerba arrugginito.
Si riconobbero senza salutarsi, ciascuno chiuso nel proprio silenzio.
Poi, un colpo secco. Il motore tossì, esitante; uno sbuffo di fumo nero, e il tagliaerba tornò a respirare.
Solo allora l’uomo parlò: «Buongiorno, amico mio».
Remo lo abbracciò senza parole, poi tirò fuori l’orologio.
Marino lo accolse tra le mani.
Lo rigirò, lo ascoltò con lo sguardo prima ancora che con l’udito, e se lo mise in tasca.
Niente altro. Per giorni non accadde nulla.
La domenica successiva, Marino si recò a casa di Remo, bussò col vecchio batacchio d’ottone e gli porse l’orologio sistemato.
Remo lo prese tremante, se lo allacciò al polso e ne ascoltò il battito lieve: funzionava.
Si abbracciarono forte.
L’orologio continuò a funzionare impeccabilmente, ma solo fino alle quattro e trenta di quel pomeriggio.
Poi si fermò di nuovo.
Remo provò a caricarlo, a scuoterlo.
Niente.
L’orologio se ne stava lì, risoluto e cocciutamente immobile.
Lo riportò a Marino.
Non capiva: ogni ingranaggio era al suo posto, ogni vite serrata, il meccanismo perfetto.
Eppure, tutte le volte che tornava al polso di Remo, si fermava alle quattro e trenta in punto.
Dopo numerosi tentativi, rinunciarono.
Remo, con lo scirocco nel cuore, si allacciò l’orologio rotto al polso e tornò dal suo mare.
Gettava le reti, ma guardava continuamente quel quadrante, sperando di rivederlo battere.
Nulla.
Poi, fu il mare a parlargli.
Gli mise in testa un ricordo che aggiustava tutto.
Era bambino, in casa a disegnare.
Sopra il tavolo, un orologio bianco dalle lancette nere.
Remo alzò gli occhi: erano quasi le quattro e trenta del pomeriggio.
Di colpo trasalì.
Raccolse in fretta i disegni, buttò i colori dentro una scatola e corse fuori, scalzo.
Suo padre stava per rientrare, come ogni giorno, sempre alle quattro e trenta precise.
Quella corsa verso il porto era la felicità stessa, l’appuntamento più importante della sua vita.
E lui, incredibilmente, se n’era dimenticato.
Il ricordo arrivò addosso a Remo come un’onda ghiacciata.
Lasciò le reti in mare, mise in moto e puntò verso il porto con lo stesso batticuore di allora.
Mancavano pochi minuti. Quando bussò alla porta, era senza respiro.
Marino aprì, sembrava invecchiato di dieci anni.
Abbassò gli occhi e sussurrò:
«Mi dispiace, lo sai. Non sono capace di aggiustare il tuo orologio».
Remo lo guardò a lungo.
Un sorriso illuminò i suoi occhi, lo abbracciò forte e, dopo anni di silenzio, parlò:
«Tu, amico mio, me lo hai aggiustato.
Tu mi hai riportato mio padre.»
E indicando l’orologio aggiunse: «E per due volte al giorno, funziona perfettamente».
 

1° Classificato Ragazzi: Milena Lucente – con l’opera “Il gigante d’acqua dolce e salata”

“L’uomo è un mistero. Bisogna svelarlo, e se anche dovessi impiegarci tutta la vita, non dire di aver perso tempo; io mi occupo di questo mistero, perché voglio essere un uomo.” — Fëdor Dostoevskij
 
Mi chiamo Elia e sono nato dal sale. Se chiudo gli occhi, non sento musica, ma il rombo sordo delle correnti che si scontrano nello Stretto, quel punto esatto in cui il mondo sembra trattenere il respiro prima di tuffarsi nell’ignoto. Messina non è una città di terra; è un molo di pietra sospeso su un abisso che non perdona. Qui l’aria è un velo pesante, intessuto di umidità che ti entra nelle ossa e di un odore costante di ferro arrugginito e gelsomino notturno. Le case, ammassate lungo la costa, sembrano osservare il mare con una diffidenza ancestrale, come se sapessero che, prima o poi, l’onda reclamerà ciò che le appartiene.
Ho passato la mia giovinezza a fuggire da questo orizzonte. Sono diventato un tecnico subacqueo d’alto fondale per sfidare l’abisso, convinto che la tecnologia potesse domare i mostri che i miei avi chiamavano dei. Ero un uomo di grafici e misurazioni, un uomo che credeva nel titanio e nelle camere iperbariche. La mia pelle è diventata coriacea, segnata dalle cicatrici della pressione, e il mio sguardo ha assunto quel colore grigio-verde tipico di chi ha visto troppe volte la luce del sole morire a cento metri di profondità. Ero un solitario, un peccatore che cercava la propria redenzione nel silenzio del fango, convinto che l’eroismo fosse solo una favola per chi ha paura del buio.
Passavo le mie serate al “Braccio di San Raineri”, una bettola che puzzava di fumo di pipa e vino aspro. Fu lì che conobbi il Vecchio, un ex palombaro che tutti chiamavano “Mastro Ntoni”. Le sue mani erano simili a radici di ulivo e la sua voce sembrava provenire da una caverna sommersa.
“Tu scendi giù con i tuoi computer, Elia,” mormorò una sera, fissando il mulinello di Cariddi che schiumava fuori dalla finestra. “Ma non capisci che il mare non è fatto di acqua. È fatto di volontà. Hai mai sentito parlare di Colapesce? Quello vero, non quello delle cartoline.”
Sbuffai, bevendo un sorso di grappa. “Ancora con questa storia, Ntoni? Nicola, il ragazzo che diventò pesce. È una fiaba per turisti.”
Il vecchio mi afferrò il polso con una forza inaspettata. “Non è una fiaba. È un monito. Nicola vide che la nostra terra poggia su tre colonne. Una era salda, una era incrinata, ma la terza… la terza era divorata dal fuoco eterno che arde sotto l’Etna. Il Re gli chiese di risalire, di godersi la ricchezza.
Ma Nicola capì che se fosse tornato su, la colonna sarebbe crollata e con lei ogni bambino, ogni tempio, ogni albero di questa isola. Scelse di restare. Non perché fosse un pesce, ma perché era l’unico uomo capace di farsi pietra.”
“E quindi?” risposi, cercando di liberarmi. “Dovrei restare giù anch’io?”
“Tutti noi abbiamo un Pilastro che ci aspetta,” disse lui, lasciandomi la mano. “Il problema è capire quando arriva il momento di smettere di essere un uomo che osserva e diventare l’uomo che sorregge.”
Il mio momento arrivò tre giorni dopo. La “Deep-Sea Energy” stava costruendo una centrale geotermica sperimentale proprio sulla faglia che taglia lo Stretto. Un’operazione miliardaria che prometteva energia pulita, ma che aveva risvegliato il gigante addormentato. Una trivella si era spezzata a seicento metri, aprendo una voragine che stava risucchiando la barriera corallina e minacciando di far scivolare l’intero costone roccioso nel vuoto.
Mi calai con un sottomarino a propulsione manuale, un gioiello di ingegneria che ricordava il Nautilus di Verne, ma molto più claustrofobico. Più scendevo, più la temperatura esterna saliva. Non era normale. A cinquecento metri, l’acqua iniziò a ribollire di gas sulfurei. La visibilità era nulla, interrotta solo dai detriti che colpivano l’oblò come proiettili.
Quando raggiunsi il fondo, vidi l’orrore. La centrale non era solo instabile: si era incastrata in una fenditura che espelleva magma liquido. La colonna di basalto naturale che reggeva l’intero settore della costa si era spezzata sotto la pressione del calore. Era la profezia di Ntoni. La colonna divorata dal fuoco esisteva davvero, ed era lì, davanti a me, pronta a polverizzarsi.
“Elia, la pressione sta deformando lo scafo! Devi risalire!” gracidò la radio dalla superficie.
Ignorai l’ordine. Scesi dal sottomarino con la mia muta pressurizzata. Sentivo il calore attraverso il titanio, un calore che sapeva di inferno. C’era una valvola d’emergenza, un sistema meccanico che avrebbe iniettato un cemento speciale per sigillare la faglia e stabilizzare la colonna, ma il braccio del robot era andato distrutto. Dovevo azionarla io. Manualmente.
Mi infilai sotto la massa ciclopica della centrale che oscillava. Era un labirinto di tubi bollenti e rocce taglienti. Trovai la leva. Era incastrata. Usai tutta la mia forza, sentendo le articolazioni della muta gemere. Mentre la leva cedeva e il sigillante iniziava a scorrere, un ultimo sussulto della terra fece scivolare una placca di acciaio della centrale. Mi bloccò le gambe e il braccio sinistro.
Ero intrappolato nel cuore del mondo.
Non c’era nessuno a vedermi, nessun Re a chiedermi di risalire. C’ero solo io e l’immenso peso della Sicilia sopra di me. In quel momento, il terrore svanì. La voce di Ntoni, la storia di Colapesce, il sacrificio di Nicola… tutto divenne chiaro. Non era una condanna, era un onore. Capii che se mi fossi liberato usando le cariche esplosive, avrei distrutto la colonna appena riparata. Sarei sopravvissuto io, ma avrei condannato la mia terra.
Decisi di restare. Diventai io stesso parte di quel pilastro. Usai il corpo rinforzato della mia muta per puntellare l’ingranaggio che teneva ferma la valvola. Sentivo il sigillante solidificarsi intorno a me, trasformandomi in una statua di metallo e pietra nel buio più assoluto. L’ossigeno iniziò a scarseggiare, ma il mio respiro era calmo. Sapevo che sopra di me, a Messina, i bambini avrebbero continuato a sognare, i mercati avrebbero riaperto e la vita sarebbe andata avanti, ignara di quel debito di sangue contratto nel silenzio dell’abisso.
Non sono morto quel giorno. Sono solo cambiato. Sono diventato la radice di questa isola, il custode che veglia sul fuoco sotterraneo. Nessuno ha mai trovato il mio corpo, perché il mare non restituisce ciò che ha scelto come sua anima. Se passate dallo Stretto e sentite un brivido freddo risalire dalla chiglia della barca, o se vedete la costa restare ferma nonostante la forza delle onde, sappiate che non è merito del cemento o della politica.
È merito di un uomo che ha capito che la libertà non è fuggire dal destino, ma sceglierlo. Ho smesso di essere Elia per diventare Colapesce, il tredicesimo pilastro, colui che abbraccia il buio perché voi possiate godervi il mattino. La mia ricompensa non è l’oro, ma il silenzio perfetto di chi ha trovato, finalmente, il suo posto nel mondo.
“Non si può essere un vero uomo senza un’idea per la quale si sia pronti a sacrificare tutto, poiché solo nel sacrificio l’anima rivela la sua natura divina.” — Lev Tolstoj